9 settembre 2016

Torneranno a suonare le campane

C’è una pagina bellissima, nell’avventura di don Camillo, che narra di una sera malinconica nella quale questo parroco dovette affrontare il dramma di un’alluvione che complicò terribilmente la speranza della sua gente: «La porta della chiesa era spalancata e si vedeva la piazza con le case annegate e il cielo grigio e minaccioso – scrive Giovannino Guareschi -. “Fratelli” disse don Camillo “le acque escono tumultuose dal letto del fiume e tutto travolgono: ma un giorno esse torneranno placate nel loro alveo e ritornerà a splendere il sole. E se, alla fine, voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete perso la fede in Dio. Ma chi avrà dubitato della bontà e della giustizia di Dio sarà povero e miserabile anche se avrà salvato ogni sua cosa”. Don Camillo parlò a lungo nella chiesa devastata e deserta e intanto la gente, immobile sull’argine, guardava il campanile. E continuò ancora a guardarlo e, quando dal campanile vennero i rintocchi dell’Elevazione, le donne si inginocchiarono sulla terra bagnata e gli uomini abbassarono il capo. La campana suonò ancora per la Benedizione. Adesso che in chiesa tutto era finito, la gente si muoveva e chiacchierava a bassa voce: ma era una scusa per sentire ancora le campane».

Abbiamo vissuto momenti difficili nel nostro paese sconquassato da un forte terremoto che ha seminato distruzione e vittime nell’Italia centrale. Abbiamo ancora negli occhi le immagini dei cumuli di macerie e le bare allineate ma, insieme, anche la generosità instancabile di tanti operatori umanitari, che con la forza delle braccia hanno offerto aiuto, scavato tra la polvere, salvato vite umane o semplicemente custodito corpi morti. Non possiamo dimenticare le lacrime disperate di chi ha perso tutto perché la terra si è ribellata, ma le stesse immagini ci sono rimbalzate in casa, sotto i nostri sguardi, anche da paesi colpiti dalla guerra. Anche lì immagini di distruzione che sembrano uccidere la speranza aumentando lo sconforto o, peggio ancora, alimentando l’abitudine e la rassegnazione: “Non possiamo farci niente”.

La campana di “Maria Dolens”

Questa Manifestazione di Atletica Leggera si svolge, in questa città di Rovereto, sotto il colle di Miravalle dove è collocata la monumentale campana “Maria Dolens”.

Fu ideata da don Antonio Rossaro nel 1924 e realizzata l'anno successivo con il bronzo dei cannoni degli stati partecipanti al primo conflitto mondiale. Non corrispondendo al suono voluto, venne rifusa a Verona nel giugno 1939 e rientrò a Rovereto il 26 maggio 1940. Il 31 agosto 1960, per una grave incrinatura, la Campana cessava di suonare e venne rifusa il 1° ottobre 1964 a Castelnovo ne' Monti (RE).  Di lì fu trasportata a Roma, dove venne benedetta da Papa Paolo VI il 31 ottobre 1965. Il 4 novembre successivo tornò a Rovereto. Da allora, ogni sera, la campana scandisce cento rintocchi, quasi cento richiami alla Pace in ossequio ai caduti di tutte le guerre, senza distinzione di nazionalità e di fede, e invoca pace e fratellanza fra i popoli del mondo.[1]

Anche noi vogliamo tendere l’orecchio per sentire questi rintocchi che richiamano alla pace per diventare anche noi, sportivi del Centro Sportivo Italiano, uomini di pace, anzi operatori di pace.

Voi, che vi ritrovate a vivere una delle manifestazioni più belle, forse anche perché si tratta di una delle discipline più umili, dovete far risuonare nel vostro cuore, con il sottofondo della campana di Maria Dolens, le parole che Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti alle Olimpiadi di Rio de Janeiro: “In un mondo che ha sete di pace, tolleranza e riconciliazione, auguro che lo spirito dei Giochi Olimpici possa ispirare tutti, partecipanti e spettatori, a combattere “la buona battaglia” e terminare insieme la corsa (cfr 2 Tm 4, 7-8), desiderando conseguire come premio non una medaglia, ma qualcosa di molto più prezioso: la realizzazione di una civiltà in cui regna la solidarietà, fondata sul riconoscimento che tutti siamo membri di un’unica famiglia umana, indipendentemente dalle differenze di cultura, colore della pelle o religione”. [2]

Tante nazioni in uno stesso stadio

A ragione l’atletica leggera può essere definita la “Regina delle Olimpiadi”, la vera festa della più grande manifestazione sportiva. Tanti atleti di tante nazioni in uno stadio per un chiaro segnale di pace. E’ quello che vivremo anche noi in queste giornate: dai luoghi più disparati della nostra Italia, per tante ore, staremo insieme nello stesso stadio per correre, saltare, lanciare. Sentiremo nomi di paesi e città conosciuti o neppure immaginati, difficili da collocare persino sulla carta geografica. Tuttavia saremo lì, l’uno accanto all’altro, per raccontare anche le storie della nostra vita, di disagi e di fatiche, di gioia e soddisfazione… L’atletica leggera è multicolore. Nella gara dei 100 metri all’Olimpico di Rio de Janeiro, dove hanno spadroneggiato i jet jamaicani e statunitensi, ci sono stati anche atleti di Palau, Isole Marhall, Samoa Americane, Kiribati, Tuvalu e Mauritania. Nessuna velleità di competere con Bolt ma l’importante era partecipare, sfoggiare quella maglietta con lo stemma o la scritta del proprio Paese e poter dire al mondo: ci siamo anche noi. La pace può avere inizio quando a tutti viene data dignità e a ciascuno è riconosciuto il diritto di esistere.

Perde la scarpa e continua a correre

Ha scatenato l’applauso del pubblico dello Stadio Olimpico di Rio l'etiope Etenesh Diro, impegnata in una delle batterie dei 3000 siepi donne. A due giri e mezzo dalla fine, quando si trovava nel gruppo delle prime, ha perso la scarpa destra per un contatto con un’altra atleta ma, dopo aver provato a rimettersela, si è tolta anche il calzino e ha continuato a correre raggiungendo il traguardo tra le lacrime. E’ il coraggio di chi non si arrende, quella forza che tiene testa alla rassegnazione e non si piega al “non c’è più niente da fare”. In psicologia si chiama resilienza. Viene dalla metallurgia e sta a indicare la resistenza di un metallo all’urto. Rappresenta insomma il contrario della fragilità e indica l’atteggiamento di chi va avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà. L’accento sul persistere, tenere duro, richiama l’idea di una motivazione che non si esaurisce facilmente e che descrive l’impegno di tanti nostri atleti decisi a raggiungere un obiettivo. Questa forza dovrebbe animare anche la causa della pace, che vuole resistere al tanto disprezzo portato contro ogni dignità umana. Non si può accettare che non si riesca a cambiare qualcosa. Che si debba vedere ancora morire di fame e di sete, i bambini sottoposti a ogni genere di violenza, le bombe distruggere le città e gli ospedali, che i deboli siano sottomessi alle ragioni dei potenti… Verso tutto questo siamo chiamati ad adottare una vera resistenza per cominciare a cambiare qualcosa. Contro un semplice proclama sull’assurdità di ogni guerra vorremmo cominciare, già da queste giornate, a essere operatori di pace e non fautori di conflitti con gesti di bontà e non di violenza, di tolleranza e non di forza, di servizio e non di potere.

Insieme al traguardo e nella finale

Il gesto di solidarietà più bello ammirato durante le Olimpiadi di Rio è stato senz’altro quello nei 5000 metri femminili quando, intorno al 3°km, la neozelandese Nikki Hamblin finisce a terra portando con sé l‘atleta statunitense Abbey D’Agostino. Si rimette in piedi prima Abbey, che però nella caduta ha riportato una torsione del ginocchio destro. Prova ad aiutare Nikki ma un attimo dopo è lei di nuovo a terra; il ginocchio non regge e allora è la neozelandese che aiuta l’americana e l’aspetta per ripartire. Entrambe concludono la corsa con un lungo abbraccio al traguardo. Non si erano mai viste prima, Abbey e Nikki, venti minuti dopo si sono salutate come sorelle. E’ la vicinanza del cuore, del prendersi cura di chi ha bisogno, del sentirsi prossimo, ovvero vicino, vicinissimo. E’ la qualità della solidarietà che si fa sentire nei confronti di chi si ritrova nel bisogno. E’ la solidarietà di chi riesce meglio a comprendere la sofferenza perché è meno distratto dal proprio ego, che spesso stordisce con l’arroganza e la presunzione. Lo scrittore ebreo Elie Wiesel, recentemente scomparso e sopravvissuto ai campi di concentramento, una volta ha detto: "Il contrario dell'amore non è l'odio ma l'indifferenza". Ciò che l'aveva sgomentato di più era stata l'indifferenza dei suoi aguzzini, che non si lasciavano toccare da nulla di umano. Questo atteggiamento era per lui l'apice della disumanità. L'indifferente è incapace di amare qualcuno. Si rapporta con gli altri e alle esperienze che gli capitano con questa sensazione di indifferenza: “Niente è affare suo”. In fondo non fa che ruotare ossessivamente intorno a se stesso e al proprio interesse. Non si lascia attirare fuori dalla freddezza e dal suo interesse da niente e da nessuno. Resta isolato in se stesso, da spettatore disinteressato.

La nonnina coach

L’unica specialità che abbina a se stessa una parola triste e inquietante come “morte” sono i 400 metri. D’altra parte un altro modo per spiegarli non c’è. “Giro della morte”, così gli addetti ai lavori, diciamo soprattutto chi l’ha provato, definiscono il giro intero della pista. Perché terminata la curva dei 100 vorresti fermarti, perché all’inizio di quella dei 300 cominci ad avere la vista annebbiata e perché il traguardo non arriva mai. Fa effetto pensare che dietro il trionfo del sudafricano Wayde van Niekerk, proprio nella gara più dura, impossibile, crudele ci sia una nonna di 75 anni: Anna Tanni Ans Botha. Van Niekerk la chiama "Zia Ans". E' stata lei che, proprio a partire dal 2012, durante la riabilitazione, ha contribuito alla sua trasformazione in pista: "Abbiamo deciso insieme, dopo il suo infortunio, che i 400 sarebbero stati più adatti", e lo ha convinto. E lui, nuovo primatista del mondo, non ha paura ad ammettere: “Senza di lei non saprei dove andare. Le devo tutto”.

Un coach è proprio questo: una carrozza che conduce, che guida e… poi lascia partire. Nel frattempo crea una relazione con lui, lo apprezza per quello che è e per quello che può dare. La sua vita viene presa sul serio. Purtroppo abbiamo sentito parlare in questi ultimi tempi degli “educatori allo sterminio”, che si sono serviti di giovani vite per fare a pezzi le vite degli altri. E’ recente la notizia e l’immagine di un quattordicenne fermato a Kirkuk, in Iraq. Aveva addosso una carica esplosiva nascosta sotto la maglia di Messi. A trasformarlo in un arma sono stati alcuni estremisti che l’avevano rapito. Il crimine peggiore è quello di aver rubato l’infanzia e l’adolescenza a questi bambini facendo credere loro di essere già arrivati, di essere già pronti al “martirio” e quindi senza più bisogno di crescere. Anche su questo piano siamo invitati a combattere il terrore per tracciare percorsi di pace.  Speriamo che i ragazzi delle nostre società sportive trovino sulla propria strada un “educatore alla vita”, che insegni loro che è bello essere ragazzini, che è ancora più bello diventare adulti, che il mondo è complesso ma anche divertente, che ci vuole più coraggio per stringere una mano che per far scattare un detonatore e, soprattutto, che l’unica cosa che vale la pena far saltare in aria è il castello di bugie che qualche istruttore ha venduto loro facendo finta di amarli.

Conclusione

Facciamo nostro, in questi giorni e in quelli a venire, l’invito che ci viene dai rintocchi della campana di Maria Dolens. Tendiamo l’orecchio, essa suona anche per noi per richiamarci a essere “operatori di pace”:

 

Nei vespri silenti,  

campana verace,

a tutte le genti

tu parli di pace.  

 

Dell'aura sull'onde,

per monti e per mare

tua voce si effonde

e invita a pregare:

 

Maria dolente,

innalza al buon Dio

degli uomin la mente,

la speme e il desio:

 

Non solchino i cieli 

ordigni di morte, 

i fragili steli 

non spezzi il più forte.

 

Non s' empiano i mari

di carni straziate

non s'ergano ossari

di vite stroncate.

 

Con suono a distesa

richiama all'amore,

annunzia l'attesa

di un mondo migliore!

 

[1] Su Maria Dolens sono incisi gli autografi di Pio XII: "Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra" e di Giovanni XXIII: "La pace è posta nella ordinata concordia e nella  tranquilla libertà  degli uomini”.

 

[2] Udienza, 3 agosto 2016

L'angolo del Consulente

Torneranno a suonare le campane

Don Alessio Albertini

Consulente Ecclesiastico Nazionale