Pastorale dello Sport -
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7 dicembre 2018

Assisi 2018: Don Albertini "un cielo che fa sognare"

Assisi 2018: Don Albertini "un cielo che fa sognare"

Dio scende dal cielo e si mischia nella nostra storia di sportivi. “Da che parte sta il cielo?” la meditazione in apertura di Assisi 2018 di don Alessio Albertini comincia così, con l’assistente ecclesiastico nazionale del Csi che in un’ora ha voluto invitare i dirigenti arancioblu a proseguire a coltivare sogni, a guardare in alto, per essere di aiuto al mondo esterno ed all’universo associativo. 

“La straordinarietà di alcuni personaggi biblici, da Re Davide a Giacobbe, è che hanno incontrato Dio che abita nei cieli (così come lo diciamo sempre nel Padre Nostro) attraverso il sogno. Qualcuno al mondo d’oggi potrebbe pensare allora che Dio lo si possa incontrare solo in sogno. Ma Dio non è semplicemente un sogno ma colui che fa sognare. Senza chi è stato capace di sognare non ci sono stati rivoluzioni e cambiamenti nella storia”.

Ecco allora le varie immagini richiamate da don Alessio: dalla Rivoluzione Francese, alla Rivoluzione Russa, dalla strage di Piazza Tienanmen, fino ai tre astronauti dell’allunaggio dell’Apollo 11 di 50 anni fa. O ancora persone quali don Pino Puglisi, come Elzéard Bouffier, l'uomo che piantava gli alberi, o il magistrato Rosario Livatino, il giudice ragazzino. Storie di chi non ha avuto paura, ma coraggio sì. Quello di sognare per gli altri, occuparsi del bene comune, alimentarsi di orizzonti più vasti. Quello di far nascere la speranza. 

“Quando nel 1944 il Papa ha voluto nascesse da una costola dell’Azione Cattolica il Csi, fu per dare speranza ai giovani che dovevano ricostruire dalle macerie, intuendo che lo sport è occasione per andare verso il cielo”. Profondo ed intimo infine l’ultimo passaggio che don Albertini ha offerto alla platea di Assisi. Direttamente collegato all’azzurro spettacolare del cielo odierno su Assisi, in contrasto con il bianco della pietra della basilica di San Francesco. Un azzurro “che ti appassiona e ti sovrasta e che non ti schiaccia mai. Guardare in alto vuol dire condividere uno sguardo con la storia, con la propria vita, riflettere, accorgersi che laddove tutto sembra consumato può nascere ancora qualcosa. Profezia… intuito. Ecco tornarmi il ricordo dell’ultima sera vissuta con mio padre. Era estate, avevo aperto la finestra per un po’ di fresco. Lui in carrozzina, accanto a mamma, mentre io rifacevo il letto. Gli chiesi: “papà che fai?”. La risposta breve fu anche la sua ultima espressione rivoltami in vita: “Vardilà” (Guardo là in dialetto brianzolo). Guardava il cielo. Ecco allora oggi che pensando a mio padre con speranza io guardo l'azzurro del cielo. E mi piacerebbe, Signore, rubarti un po' di azzurro per poi andare a combinarne di tutti i colori...”