Pastorale dello Sport
4 marzo 2016

Dalla parte dei giovani calciatori. Intervista a Don Alessio Albertini

Dalla parte dei giovani calciatori. Intervista a Don Alessio Albertini

Riportiamo di seguito l'intervista al consulente ecclesiastico nazionale Don Alessio Albertini realizzata da www.allfootball.it.  

 

Permette, fin da subito un’entrata a gamba tesa? Allenatori e genitori di una società di settore giovanile: troppi galli nello stesso pollaio?

«(sorride, ndr) Come sempre, ognuno deve saper riconoscere il proprio ruolo, tenendo tra l’altro ben presente che al centro ci sono dei ragazzini. Non è semplice far andare d’accordo tutti, anche perché non è semplice far incontrare le parti per programmare e decidere. La riunione con i genitori, la prassi più diffusa fra le società di settore giovanile per fissare le regole e le linee guida prima che inizi la stagione o per fare chiarezza su comportamenti, carenze, chiarimenti circa la vita di società a stagione in corso, viene snobbata dalla maggior parte di loro. È un successo se si presentano in tre, che poi sono quelli più attenti e impegnati, quelli in altre parole che potrebbero farne a meno.»

 

Quale potrebbe essere la soluzione?

«Sarebbe sicuramente più utile e produttivo far sottoscrivere ai genitori un decalogo all’atto dell’iscrizione. Poi si può anche indire nel corso dell’anno una o più riunioni, che a quel punto diventano anche occasione per far intervenire qualcuno, facendola gestire da un esperto, uno psicologo, un educatore che sia in grado di mettere a frutto il tempo investito.»

 

Che tipo di rapporto si crea e dovrebbe esserci tra società e genitore?

«Di collaborazione. Purtroppo però non è sempre così. Spesso, tra il genitore che partecipa e la società si creano frizioni, e nella maggior parte dei casi è la società ad abbassare la testa: non sa come fare a dettare le regole e a volte scende a compromessi, nel farle rispettare, per meri motivi economici. È necessario dialogare.»

 

In uno schema del genere, il bambino in che… ruolo gioca?

«Bella domanda, anche perché i bambini di oggi hanno delle “agende” terribili. Escono da scuola alle quattro e mezza e per gran parte della stagione è già buio… Oltre a essere provati da otto ore di lezioni. Prima fare sport era un hobby, adesso è diventato l’unico modo per muoversi. Per noi fare calcio era avere l’insegnamento della tecnica e del giusto modo di muoversi, adesso per molti bambini è l’unico momento nel quale fanno attività fisica. Se a noi chiedevano una capriola, ne facevamo due. Se molti bambini d’oggi provassero a farne una, bisognerebbe chiamare l’ortopedico per… “ricomporli”.»

 

Ridiamo al bambino il suo tempo libero?

«Sì. E invece di lasciarlo a casa o portarselo dietro nelle diverse commissioni che noi adulti siamo costretti a smaltire quotidianamente, accompagniamolo a praticare sano sport o divertirsi con gli amici, che sia in un oratorio o in una società sportiva.»

 

I camp estivi potrebbero essere un buon punto di partenza, non trova?

«Certo. Rispondono a una richiesta sportiva vera e propria, votata all’agonismo, e dall’altra parte permettono al bambino di divertirsi e stare con i propri coetanei.  Le parlo della mia esperienza diretta: le offerte estive degli oratori sono imbattibili, fanno numeri incredibili e sono frequentati da tutti, cristiani praticanti, non praticanti ma anche non cristiani. Questo perché l’attività oratoriana è conosciuta come un’attività di “babysitteraggio buono”: i genitori sanno che all’oratorio vengono dati buoni insegnamenti, è chiaro che sta poi a noi saper appassionare il ragazzo. Questo è comunque un discorso che vale per qualunque realtà che abbia a che fare con i più giovani.»

«L’allenatore ha come grande obiettivo il trasformare i singoli in una squadra, ma i primi a non sapere fare squadra sono gli stessi allenatori delle società sportive. Ognuno si sente padrone del suo lavoro, geloso dei risultati dell’altro, narcisista al punto tale che non vede i propri errori e non capisce che il confronto diventa una delle più grande risorse per la crescita reciproca. Ci vuole coraggio, accettare e sentire che la squadra non è di sua proprietà, è della società e lui lavora per la società. Invece spesso l’idea è: “Questi li ho costruiti io, quindi se cambio società, se posso, li porto con me”.»

 

Lei parla spesso di allenatore valoriale. Chi è?

«È quell’allenatore che segue e insegna una tecnica di allenamento che potremo definire globale. La sfida per lui sta nel saper gestire la squadra: come parla ai ragazzi, come “punisce” gli errori o valorizza il buon comportamento; motiva a rischiare qualche cosa, insegna a rispettare le regole, ma tutto nel contesto dei valori che sono chiaramente propri dell’oratorio, ma che dovrebbero far parte di qualunque società.»

 

C’è un metodo pratico da seguire?

«Il metodo deve essere nell’allenamento, non nella predica che faccio, nell’esempio che do e nelle tecniche comunicative. Se sono il primo a tirare un calcio a una bottiglietta, come faccio a dire ai ragazzi che devono stare calmi, rispettare gli altri, l’avversario e le cose altrui? Bisogna saper insegnare loro a gestire la rabbia… anche in oratorio, perché anche lì dà fastidio perdere, gli arbitri sbagliano o sono faziosi. Sotto quest’ultimo aspetto, anzi, l’oratorio “pecca” anche di più, perché non essendoci la possibilità di coprire tutte le partite, si chiede di arbitrare ai locali, spesso di parte in modo grossolano ed evidente. La prima parola da bandire dal vocabolario dell’allenatore valoriale è predica, che lasciamo al prete quando dice messa. Io allenatore devo ottenere lo stesso risultato con altri mezzi. Questo è l’aspetto più affascinante di questo ruolo.» 

 

Cosa non deve mancare a un allenatore?

«La passione, perché contagia anche chi ti sta di fronte. Bisogna amare quello che si fa con i propri giocatori. Senza passione è poco praticabile il ruolo dell’educatore e, quindi, anche dell’allenatore. Il professionista dell’educazione oggi è poco ricercato. I ragazzi lo subiscono, ma non incide nella loro vita, a maggior ragione nel calcio. La componente fondamentale non è la tecnica o il talento, il motivo più importante per cui io vado a fare calcio è perché voglio giocare! Una volta, chiesi a un bambino che mestiere facesse suo padre e lui mi rispose: “Fa giocare gli altri bambini”. Una definizione meravigliosa. Soprattutto con i più piccoli questo è essere un allenatore. Mi piace quando vedo uno di loro che sorride in mezzo ai ragazzi, anche i professionisti…»

 

Noi italiani, forse, siamo diventati troppo seri. In altre culture europee non è così…

«Una volta si andava a giocare col sorriso, oggi dopo otto ore di scuola, a maggior ragione, si desidera solo calciare un pallone e invece ci si ritrova in una struttura organizzata e in fila! A otto anni non tornerò mai a casa a raccontare che il mio allenatore conosce tutte le tattiche di gioco possibili. Vado invece a casa felice se posso raccontare che l’allenatore mi ha fatto giocare. Ovviamente crescendo d’età e di esperienza calcistica potrò apprezzare maggiormente un allenatore che mi insegna a stare in campo, perché mi risolve un problema di gioco. Ma anche la fatica di fare una diagonale, per esempio, scomparirà solo quando capirò che se riesco a farla bene, mi diverto. Soltanto così potrò avere la pazienza di provarla e riprovarla decine di volte, finché non mi riuscirà alla perfezione.»

 

«La prospettiva educativa è una fatica in carico a tutti, di qualsiasi estrazione noi si sia.» Inizia con questa profonda considerazione di don Alessio Albertini la terza parte della nostra intervista della quale è protagonista.

 

Allenatori, genitori e società, quindi, sono tutti chiamati a educare. Le tornano i conti?

«Ultimamente le cose si sono complicate. Fino a qualche anno fa l’agenzia educativa era riconosciuta tale da tutti: l’insegnante come l’allenatore erano considerati depositari dell’attività valoriale ed educativa. Nessuno si permetteva di mettere in dubbio il loro operato, se si ponevano in opposizione critica con l’allievo. Oggi vengono presi di petto dai genitori a ogni refolo di vento. Questo porta ancora più confusione, perché l’istruttore bravo se la cava adesso come se l’è sempre cavata, mentre quelli più impacciati vanno in difficoltà e con loro tutto il lavoro educativo.»

 

A cosa è dovuta, secondo lei, questa “confusione”?

«Oggi non esistono più i “recinti protetti”. A casa, in passato, un bambino conosceva esattamente e chiaramente quali regole vigevano. Bisognava trasgredirle di nascosto, e lo stesso era all’interno della società calcistica o in oratorio. Non era ammessa nessuna discussione: se non le seguivi e ti “beccavano”, pagavi le conseguenze. Ora i “recinti protetti” sono scavalcati da tutti i social network, il mondo della comunicazione globale e facilmente accessibile ha invaso le nostre case. Così il genitore fatica, perché non ha più il filtro che aveva prima. Una volta si trasmettevano valori, principi nei quali si credeva e regole di vita, che il figlio, crescendo, avrebbe fatto suoi. Non è più così: basta che quel che dice il genitore venga screditato sul web a colpi di like a far nascere nel ragazzo insicurezza e qualche domanda: chi ha ragione? Il criterio di verità chi lo stabilisce?»

 

Come si relaziona in un contesto in cui oggi il suo ruolo educativo non è così riconosciuto e dove sentire dire ho sbagliato è quasi impossibile?

«È vero, neanche la figura del prete è di riferimento come una volta. Anche noi come gli allenatori e gli insegnanti, insomma come tutti coloro che hanno a che fare con i giovani a scopo educativo, dobbiamo affrontare il cambiamento. Penso che innanzitutto sia molto importante l’autorevolezza, far vedere che le cose che contano sono così importanti perché hanno valore soprattutto per te; che non stai recitando una parte, e questo un ragazzo lo sente e lo vede. L’autorevolezza nasce non dal non sbagliare mai, ma dal saper riconoscere il proprio errore. Saperlo fare dà maggiore credibilità. Capita di essere in difficoltà con i ragazzi, di non riuscire a parlare la stessa lingua. In questi casi, a volte, è importante far sentire che noi adulti non siamo padroni di una verità, ma con loro ne condividiamo la ricerca. E questo anche se si tratta di persone, allievi giocatori, che da noi si aspettano qualcosa in più. Papa Benedetto XVI ha detto una cosa molto bella riguardo agli insegnanti, estendibile agli allenatori ovviamente: “La cosa più bella che un insegnante può fare non è trasmettere notizie ma segnare il cuore”. Noi invece spesso abbiamo la pretesa del risultato. Per segnarli devono vedere anche le nostre incertezze, i nostri piccoli fallimenti.»